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La Crisi Che Attraversa La Filiera Del Latte Ovino In Sardegna

Le proteste dei pastori sardi per il prezzo troppo basso del latte ovino pone per l’ennesima volta l’accento sull’equità delle remunerazioni dei prodotti agricoli e scuote inevitabilmente le abitudini dei consumatori, da troppo tempo abituati a considerare il prezzo come il principale criterio di scelta nell’acquisto.

In realtà sono numerose le questioni che vengono toccate da questa vicenda, che probabilmente troppo tardi è stata presa in considerazione dai media, e che meritano un approfondimento da parte del movimento di Slow Food.

Il primo punto ha a che fare con il cittadino consumatore a cui va ossessivamente ricordato come prezzi bassi sono spesso sinonimo di qualità scadente e soprattutto di causa prima nel generare nuove povertà e schiavitù e sarà sempre utile ricordare che nel prezzo di acquisto, c’è una quota sempre più bassa proveniente dal prezzo della materia prima, e che se a tutte le componenti della filiera toccasse una così bassa remunerazione, noi consumatori pagheremmo un prezzo probabilmente dimezzato rispetto all’attuale. Ciò significa che c’è chi continua a macinare profitti come se niente fosse a spese dei produttori agricoli che rischiano la povertà e a spese dei consumatori che potrebbero persino spendere di meno e rendere più equa e di maggiore qualità la produzione agricola.

Visto che si tratta di una questione puramente economica vale la pena sottolineare che il punto nodale è come si forma il prezzo di un prodotto agricolo ed in particolare come si forma il prezzo del latte per il pecorino sardo, che in realtà è il Pecorino Romano DOP, con zona di produzione in Sardegna, Lazio e provincia di Grosseto. Si tratta di un prodotto industriale al pari del Grana Padano, del Parmigiano Reggiano o del Provolone e dunque ne ha tutti i pregi e i difetti, se visti con l’occhio di Slow Food, ma che ha il suo ambito di consumo presso la GDO, con quasi il 70% del prodotto esportato nel Nord America; le forme sono piuttosto grandi (più di 20 kg) e si presta bene ad essere grattugiato.

È il prodotto Pecorino Romano ad essere entrato in crisi, con un calo dei consumi e conseguentemente degli acquisti, ed un’accumulo di consistenti scorte di prodotto invenduto; ciò ha provocato la crisi del settore, a cominciare dalla difficoltà da parte degli industriali e delle cooperative di conferimento a continuare ad anticipare ai produttori il ricavo della vendita del latte. Questo ha innescato inevitabilmente una spirale negativa che ha scaricato sugli agricoltori le difficoltà del mercato sotto forma di prezzi irrisori e non remunerativi nemmeno dei puri costi per l’alimentazione degli animali, figurarsi i costi complessivi per mantenere vitale un’azienda. A rigore di logica, intervenire ritirando le scorte per fare aumentare il prezzo di vendita è un artifizio di breve periodo che dà la classica boccata d’ossigeno, ma nel lungo periodo il vero problema è come rivitalizzare un prodotto che forse apparteneva ai gusti dei nostri emigranti o alle tradizioni delle loro famiglie, ma che ha scarso interesse presso i consumatori.

Balza agli occhi il persistente successo del pecorino artigianale in tutte le sue declinazioni in tutto il territorio nazionale, come i mercati della terra testimoniano nelle le loro attività settimanali, così come un prodotto più a larga produzione venduto nella piccola o grande distribuzione; sono numerose le storie di allevatori sardi che producono e commercializzano pecorino in filiere differenti da quelle del Pecorino Romano, con una remunerazione accettabile del latte. Dunque, bisognerebbe ripensare la tipologia di prodotto Pecorino Romano, riorganizzare il sistema produttivo e la raccolta del prodotto, in nome della difesa del reddito di migliaia di aziende agricole che in Sardegna costituiscono il tessuto agricolo principale e che svolgono il compito insostituibile di sentinelle di un territorio che esiste in quella forma da migliaia di anni.

Non credo si voglia rivivere la vicenda delle quote latte e dei costi che sono stati scaricati sull’intera collettività, neanche gli agricoltori lo vogliono in nome di quella orgogliosa autonomia che ha impedito loro di abbandonare la propria terra ed entrare in fabbrica.

Infine, questa vicenda riguarda anche Slow Food e l’occhio di riguardo che ha sempre avuto, giustamente, per l’agricoltura cosiddetta eroica, fatta di prodotti che rischiano la scomparsa, condotta in territori marginali. Questa visione che ha tanti meriti e ha permesso di portare alla ribalta un mondo troppo “piccolo”, deve essere aggiornata perché, mai come ora e mai come nella vicenda del prezzo del latte ovino, è l’intera agricoltura a soffrire una marginalità più che economica, direi commerciale, vaso di coccio tra i vasi di ferro delle altre componenti della filiera, che a cominciare dalla Grande Distribuzione Organizzata, sono molto più strutturati ed efficiente nell’imporre modelli di consumo e prezzi.

È dunque tutta l’agricoltura ed il mondo dei produttori agricoli che necessitano di quell’azione di difesa che con più successi che sconfitte ha caratterizzato l’operato di Slow Food, cominciando a considerare anche la cosiddetta agricoltura industriale un comparto per il quale e nel quale fare sentire la voce del movimento.

Già voci autorevoli si sono spese in difesa dei pastori e della pastorizia, ma è tempo di intraprendere azioni se vogliamo più piccine, ma diffuse sul territorio con tutti i benefici di quelle azioni dal basso che caratterizzano la vita delle condotte territoriali.

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