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Lettera Aperta Del Comitato Di Condotta Slow Food Bologna

Alcune riflessioni per un progetto di rigenerazione agricolo-ambientale
nell’ambito degli ecosistemi locali.

Negli ultimi giorni abbiamo letto degli sforzi in termini di risorse strumentali e umane che saranno messi in campo per affrontare la fase post-COVID19 nella città di Bologna. Alla luce dei primi orizzonti tracciati e delle prime aree di lavoro individuate ci è sembrato opportuno scrivere questa lettera aperta agli amministratori, ai decisori politici, agli esperti, a tutte le espressioni della società civile, alle associazioni e alle organizzazioni che siederanno nei diversi tavoli programmatici e operativi: vorremmo portare all’attenzione anche la necessità di rigenerare il settore
agricolo e l’intera filiera della produzione agroalimentare che nutre la città di Bologna. 
Come Slow Food da circa 30 anni siamo impegnati a ridare il giusto valore al cibo, nel rispetto di chi lo produce, in armonia con l’ambiente e gli ecosistemi naturali, facendo tesoro di quei saperi e di quelle tradizioni i cui custodi sono gli agricoltori. Per questo vorremmo mettere a disposizione gratuitamente le nostre competenze, le nostre capacità, il nostro entusiasmo per immaginare un modo nuovo di pensare all’agricoltura, all’allevamento e alla produzione del cibo per la città di Bologna.  
Se nelle scorse settimane il sentimento più forte è stato quello della paura o
peggio dell’angoscia di fronte al nemico invisibile che si aggira spietato fra di noi, nei prossimi mesi dovremo superare questa paura e trasformarla in atteggiamento di coraggio, creatività ed iniziativa. Il coraggio per affrontare qualsiasi difficoltà come hanno fatto i medici e gli infermieri in corsia, per riprendere le attività e le relazioni umane, per rielaborare criticamente gli errori passati; la creatività per immaginare nuovamente la città, la società e la convivialità; l’iniziativa per attuare quel necessario cambiamento degli stili di vita e dei modelli economici futuri.


Una proposta concreta per nutrire la città di Bologna.
Con questa lettera vorremmo avviare insieme agli attori scesi in campo un
dialogo costruttivo per disegnare un nuovo modo di nutrire Bologna. Riteniamo
necessario valorizzare maggiormente le produzioni locali e gli artigiani alimentari;
supportare le botteghe, i negozi di vicinanza; creare una rete logistica dedicata alla piccola distribuzione ed alla filiera corta, premiando le varietà autoctone, le eccellenze del territorio e le produzioni note per caratteristiche organolettiche di pregio: in sintesi cibo buono, pulito, giusto, per tutti.
Dal nostro punto di vista occorre ripensare l’intera filiera di approvvigionamento di cibo per i cittadini e per le attività sociali, economiche, essenziali a partire dalla distribuzione, dal packaging, dalla gestione dei rifiuti e delle eccedenze. L’idea è quella di rigenerare le strategie, le pratiche e gli strumenti accogliendo le istanze della transizione ecologica.  
Per fare un esempio: la distribuzione dei prodotti agroalimentari locali potrebbe essere più sostenibile attraverso una attenta pianificazione della catena di approvvigionamento; utilizzando veicoli elettrici e piattaforme digitali; fornendo risposte e servizi ai bisogni di tutti i cittadini, anche quelli più vulnerabili; ottimizzando il dialogo tra produttori, mercati e cittadini. 
Per nutrire Bologna domani sarà necessario avvicinare oggi città e campagna puntando su un’economia circolare che abbia ricadute positive e locali di lungo periodo, in grado di affrontare eventuali emergenze future. Gli agricoltori e i produttori locali possono essere messaggeri di cibi buoni, puliti e giusti; i mercati luoghi di scambio ma anche “terreni di coesione sociale” dove coltivare relazioni solide, iniziative educative, culturali; i cittadini possono avere più servizi, più possibilità di scelta e con minor impatto sull’ambiente. 
Avvicinare città e campagna in una visione inclusiva, costruire una rete
efficiente, duratura e sostenibile potrebbero giovare anche i piccoli borghi, le periferie, le strutture che erogano servizi essenziali come gli ospedali. 
Infine da anni e attraverso diversi progetti ci occupiamo di Appennino
Bolognese, dei suoi produttori e delle loro tradizioni culturali e gastronomiche. Negli ultimi decenni esso è stato pressoché abbandonato economicamente e socialmente nonostante sia un ecosistema di vitale importanza. Nella nostra visione di rigenerazione della produzione agroalimentare che vorremmo promuovere, anche l’Appennino potrebbe essere rivalutato come risorsa preziosa allo scopo di riconvertire l’economia agricola di pianura verso nuovi modelli più sostenibili e virtuosi.

Il problema delle infezioni virali rispetto ai modelli agricoli attuali
Lo spunto per scrivere questa lettera aperta nasce dalla lettura dei documenti e delle dichiarazioni dei Rappresentanti delle Istituzioni del Comune di Bologna e della Regione Emilia-Romagna. Questi, nell’ambito delle analisi di quanto è stato fatto e si dovrà fare per affrontare il contagio del Coronavirus, hanno espresso chiaramente quali saranno le leve future d’investimento pubblico di Governo ed Enti Locali per sostenere, all’uscita dall’epidemia, la ripresa dell’economia e rilanciare le città ed il territorio: sanità, welfare, sviluppo economico, scuola, università, cultura e burocrazia, ma anche digitalizzazione e mobilità sostenibile.  
Nel corso degli anni e grazie a convegni internazionali e dichiarazioni
pubbliche, è diventato ormai consolidato ed ampiamente condiviso il concetto secondo cui la diffusione delle malattie infettive emergenti sono il risultato di molteplici fenomeni, tra cui la crescita esponenziale delle popolazioni umane e animali, la rapida urbanizzazione, i sistemi di produzione e di allevamento intensivi che danneggiano gli ecosistemi, lo stretto contatto tra il bestiame e la fauna selvatica, la deforestazione, la globalizzazione del commercio degli animali e dei prodotti da essi derivati.
Quindi riteniamo di vitale importanza investire nello sviluppo di politiche agricole ed ambientali integrate che sostengano una visione ecosistemica dell’ambiente. Tale visione deve indirizzare verso stili di vita, di consumo ed alimentazione sani e sostenibili. Riteniamo che questi ultimi, alla luce di quanto stia avvenendo in questo periodo, siano basilari per la prevenzione di nuovi disastri microbiologici e per creare nuovi modelli di economia circolare, a zero emissioni. (Allegato 1)*

Le nostre riflessioni sull’impatto locale dell’attuale sistema agroalimentare
Calando i concetti sopra descritti nell’ambito locale, non vi è dubbio che anche nel nostro ambito regionale gli squilibri tra popolazioni umane, animali, vegetali favoriscano la diffusione delle malattie infettive, oltre che di quelle degenerative legate all’inquinamento. Non sono da trascurare altre problematiche specifiche, ad esempio: resistenze antibiotiche, emissione di gas-serra, spopolamento di insetti impollinatori, perdita di biodiversità, degradazione del suolo. Anzi, la Pianura Padana
è un’area estremamente degradata dal punto di vista della qualità ambientale in generale e dell’aria in particolare. In Europa è tra le zone più inquinate.  L’Emilia-Romagna è terra di allevamenti intensivi: polli, mucche, maiali. Questi ultimi, con oltre 8 milioni di capi, sono il doppio degli esseri umani che abitano nella regione. In realtà si tratta di bombe ecologiche: le feci e le urine prodotte dagli animali chiusi dentro i capannoni, mescolate con l’acqua di lavaggio, sono rifiuti da smaltire in quanto non adatti alla fertirrigazione; l’alta concentrazione di animali in così poco spazio rende questi resti altamente inquinanti perché ricchi di ammoniaca,
metano, fosforo e potassio; vanno aggiunti i farmaci somministrati agli animali, che finiscono con i liquami nelle falde acquifere e nell’ambiente. Il bestiame allevato è responsabile di una quota significativa delle emissioni globali annue di CO2 e altri gas-serra, contribuendo in modo sostanziale alla crisi climatica. (Allegato 2)**
Si ritiene pertanto che l’approccio alla Salute Unica promosso
dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità sia fondamentale per prevenire ulteriori crisi microbiologiche, oltre che favorire ecosistemi più armonici. Per realizzare quanto descritto è doveroso ripensare agli attuali modelli di sviluppo socio- economico che tengono in assai poco conto gli aspetti ambientali e biologici.

I Mercati contadini come esempio virtuoso di un’economia agricola
integrata e sostenibile

Una delle attività fondamentali di Slow Food sono i mercati contadini. Si tratta di vere e proprie Comunità del Cibo con valenze educative e culturali, oltre che di offerta alimentare rispettosa dei principi ispiratori di Slow Food.
Il Mercato del Novale (ogni domenica mattina a Piazza Carducci) opera da 3
anni sulla base di un progetto di economia locale condivisa e delle alleanze strette sul territorio con numerosi produttori, che collaborano attivamente instaurando rapporti umani di sostegno reciproco. Al nucleo storico di produttori bolognesi si sono aggiunti via via produttori provenienti da territori confinanti ed occasionalmente anche da altre regioni, ampliando la gamma di cibi offerti ed arricchendo il mercato
di identità culturali diverse. Successivamente sono nati altri due mercati nelle sedi di Via Bentini e il Mercato della Salute presso il Policlinico S. Orsola-Malpighi. 
Di fronte alla crisi determinata dal coronavirus, alcuni produttori dei nostri
mercati si sono uniti per dare un servizio alternativo e solidale per la spesa a domicilio non solo ai fedeli frequentatori dei Mercati, ma anche ai sostenitori ed alla cittadinanza tutta. In questo modo abbiamo creato l’opportunità per i cittadini di rifornirsi di frutta, formaggi e verdura fresca, ma anche di offrire aiuto agli agricoltori per garantire la continuità produttiva ed il loro sostentamento, rinforzando il sostegno reciproco.

Con questa lettera aperta desideriamo dunque mettere all’ordine del giorno
nella futura agenda politica della città di Bologna anche la filiera agroalimentare, l’approvvigionamento di cibo e la loro dimensione socio-economica territoriale. 
Siamo pronti a collaborare, condividere, ascoltare, progettare insieme una nuova visione per il futuro, inclusiva, prospera, attenta ai più vulnerabili e in grado di tutelare il patrimonio identitario, culturale e tradizionale dei produttori e consumatori di cibo. 

*Allegato 1. Nel 2010 l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), l’Organizzazione Mondiale della Sanità Animale (OIE), e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno pubblicato una nota congiunta: gli esperti individuano una strategia comune in risposta al rischio in continua evoluzione di malattie emergenti, mediante azioni chiare e concrete per trasformare il concetto teorico di Salute Unica verso la sua realizzazione concreta. Anche le Nazioni Unite, la Banca Mondiale e l’Unione Europea raccomandano l’adozione dell’approccio One Health e ribadiscono l’impegno ad operare in quest’ambito.
**Allegato 2. Nel 2006 la FAO ha pubblicato il Livestock’s Long Shadow, un report scientifico in cui viene accuratamente valutato l’impatto globale del settore zootecnico sui problemi ambientali. Nell’introduzione gli autori affermano: «Il settore dell’allevamento emerge come una delle prime due o tre più significative cause dei più gravi problemi ambientali, a tutti i livelli da
locale a globale. […] L’impatto è così rilevante che deve essere affrontato con urgenza».

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