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Edonismo E Consumismo: Riflessioni Di Un Epicureo Contemporaneo

Dopo anni di stravaganti discussioni e ripetuti commenti sulle
trasmissioni televisive e social video in cucina con chef più o meno famosi,
ormai divenuti ripetuti e stanchi, ritenevo che fossimo giunti alla
saturazione se non all’indifferenza, fino a che non mi sono imbattuto in
numerosi filmati che rientrano nella categoria denominata Mukbang. Si
tratta di filmati audiovisivi online nei quali persone mangiano cibo mentre
parlano del più e del meno, non cucinano né danno altre spiegazioni su
quanto ingeriscono: si abbuffano e basta nella vetrina delle anime solitarie!
La cosa ha avuto origine in Corea del Sud, poi si è diffusa tramite i social
media in tutto il mondo e, più recentemente, anche in Italia.
I video presentano persone reali che si dedicano a mangiate pantagrueliche
di cibi pronti da asporto quali gamberi giganti, sushi, noodles,
megahamburger pluristratificati, salsicce e patatine fritte, inzuppati in
cofane di salse varie. Nelle versioni nazionali si tratta di giovani che
affrontano piatti giganteschi di spaghetti, enormi pizze, polpette e polli
arrostiti con montagne di patate, per lo più in modo solitario nelle proprie
abitazioni, più raramente in coppia ed in treno.
Una variante ancor più recente dei food video alimentari è ASMR,
acronimo inglese che può essere tradotto in “risposta autonoma del
meridiano sensoriale”: gli/le YouTuber alzano il volume dei microfoni,
quindi sussurrano poche parole amplificando i gemiti, i risucchi e le
masticazioni dei cibi ingeriti fino a sazietà. Migliaia di persone
quotidianamente cliccano online su questi audiovideo riferendo sensazioni
di relax ed appagamento, mentre altri ottengono solo disgusto
(personalmente propendo per la seconda categoria).
I filmati, visto il gran numero di spettatori, sono diventati redditizi
per gli intrattenitori e ci dicono molte cose sulla cultura ed il rapporto col
cibo nella civiltà occidentale.
La premessa di ogni considerazione è rappresentata dagli ormai ben
conosciuti paradossi alimentari che affliggono questa civiltà globale: prima
di tutto, su una popolazione mondiale che supera 7 miliardi, oltre 800
milioni di persone sono denutrite e circa due miliardi si trovano in stato di
insicurezza alimentare; viceversa 670 milioni di persone soffrono di
obesità, in particolare 40 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni è in
sovrappeso (Rapporto FAO 2019). In altre parole, circa un terzo della
popolazione mondiale è denutrita o malnutrita, con tutti i conseguenti costi
a livello economico, sociale, ambientale e naturalmente sulla salute. Mentre vi è la necessità di aumentare la produzione agricola nei prossimi anni allo
scopo di dar da mangiare a una popolazione che crescerà, secondo le ultime
stime disponibili, fino a 9-10 miliardi nel 2050, nel mondo si butta o si
getta via più di un terzo del cibo che viene prodotto.
La grave distorsione dell’epoca moderna deriva dal fatto che nella civiltà
occidentale l’offerta di cibo risulta essere in quantità così sovrabbondante e
a buon mercato da non avere precedenti nella storia dell’umanità. Si tratta
di offerte alimentari che fanno leva sulla fame edonica, cioè sganciata dai
naturati meccanismi omeostatici, rendendo il cibo un’esperienza piacevole
temporanea e fine a sè stessa, ma che non condurrà mai alla piena
soddisfazione.
Sono le mode, pubblicità e mass media che creano modelli di
comportamento esorbitanti, in cui si privilegiano consumi eccessivi,
funzionali esclusivamente alle finalità di mercato, ma che, alla fine,
determinano inevitabilmente solo infelicità.
Frederic Beigbeder (romanzo dal titolo Lire 26.900, Feltrinelli Ed.) parla ai
lettori attraverso un pubblicitario deluso: “La vostra sofferenza dopa il
commercio. Nel nostro gergo l’abbiamo battezzata frustrazione post-
acquisto. Non potete stare senza un prodotto, ma non appena lo possedete,
dovete averne un altro. L’edonismo non è umanesimo: è un cash-flow. Il
suo motto? Spendo dunque sono. Ma per creare bisogni si devono
stimolare la gelosia, il dolore, l’insoddisfazione: sono queste le mie
munizioni. E il mio bersaglio siete voi”.
Desideroso di vivere liberamente e compiutamente, vado alla ricerca
di paradigmi culturali diversi, ispirandomi quotidianamente a modelli
filosofici più razionali ed austeri, quelli dell’antica Grecia per esempio, in
particolare l’epicureismo.
Il messaggio ideale di Epicuro, uno dei principali filosofi del periodo
ellenistico, è stato fra quelli più fraintesi e banalizzati nella storia del
pensiero occidentale. L’etica epicurea, ci spiegavano al liceo, era basata sul
piacere edonistico, che rappresenta il criterio principale per raggiungere la
felicità; ancora oggi, nella simbologia corrente, l’epicureo è la persona
dedita ad uno stile di vita dissoluto, ai piaceri del cibo e della lussuria. In
realtà Epicuro, o meglio il suo pensiero, è vittima di un equivoco
grossolano, essendo stato travisato e sottovalutato per molti secoli, fino ai
tempi odierni. Il filosofo, pur insegnando che il piacere è la cosa più
importante quale fine della vita, in realtà ebbe uno stile di vita tutt’altro che
lussuoso e libertino: la sua casa era semplice, i suoi abiti dimessi, beveva
acqua e non vino, si accontentava di mangiare pane, olive, frutta e verdure,
mentre consumava formaggio e pesce per eccezionali banchetti.

Così scriveva: “Non sono le bevute ed i continui bagordi, né il godimento
di ragazzini o donne, né gustare pesco ed altre cibarie, quante ne porta una
tavola riccamente imbandita, che possono dare luogo ad una vita
piacevole, bensì il ragionamento assennato che esamina le cause di ogni
scelta e repulsa e che elimina le opinioni per effetto delle quali il più
grande turbamento tormenta le anime” (Epistola a Meneceo)
Quindi Epicuro era persona sobria ed equilibrata che si accontentava
di sopire i morsi della fame con cibi frugali e di sedare la sete soprattutto
con acqua. L’amicizia e la convivialità avevano un ruolo centrale nel suo
sistema filosofico: secondo il suo pensiero la presenza di amici rappresenta
fonte di piacere perché la consapevolezza di avere qualcuno su cui contare
e riporre fiducia è già fonte di gioia. Epicuro raccomandava di mangiare e
bere con qualcuno perché “Vita senza amico è divorare di leone o di lupo.”
Ma quel che più interessa, per porre un collegamento con le considerazioni
di cui sopra, il filosofo ellenico riconosceva che siamo attratti da cose
materiali che determinano desideri illusori, quindi aveva ben compreso
l’esistenza di una parte malata del desiderio: pulsioni vuote ed incontrollate
solo verso beni materiali, ma anche alla ricerca di gloria, fama, status
sociale, ricchezza, potere, che producono alienazione, allontanando
abissalmente le persone dalla felicità. Nella sua saggezza, Epicuro creò le
sue scuole nei giardini, cioè nei luoghi aperti, riprendendo il contatto con la
terra e la natura, per cercare equilibrio ed armonia con se stesso ed il
mondo
Contrariamente a quanto comunemente si pensa, se Epicuro vivesse
oggi, non lo troveremmo sicuramente a fare shopping nei supermercati o
per le vie del Centro, non si muoverebbe con automobili potenti e costose,
non farebbe vacanze lussuose, né frequenterebbe ristoranti superstellati e
locali alla moda, secondo il “briatorismo” più sfrenato.
Al contrario egli seguirebbe uno stile di vita onesto e misurato, abiterebbe
una casa in campagna con la famiglia o con qualche amico, farebbe acquisti
ai mercati contadini privilegiando cibi sani e di qualità, trasformando il
tempo libero in occasioni di cultura, condivisione e solidarietà; non ultimo
coglierebbe ogni occasione per organizzare riunioni di amici per cenare in
compagnia cucinando piatti semplici della tradizione locale con ingredienti
freschi e di prossimità.
In questo senso mi sento un moderno epicureo, che sposa pienamente il
pensiero e l’etica del filosofo, concedendomi talvolta, come piacere
supplementare, un buon bicchiere di vino.

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